Di origine contadina, primo di quattro fratelli, trascorse gli anni dell'infanzia e della giovinezza a Campora. Nel 1858, a soli 24 anni, si laureò con sacrifici, ma con il massimo dei voti, presso il Reale Liceo di Salerno.
Dopo la caduta del Regno delle Due Sicilie, si recò a Roma dove prese contatto con il comitato legittimista borbonico. Imbarcatosi da Civitavecchia il 18 settembre 1861 con trentadue uomini, sbarcò ad Agropoli nella notte tra il 21 ed il 22 successivo, e raccogliendo volontari in qualità di capitano delle truppe borboniche.
In poco tempo, mise in sommovimento numerosi centri del Cilento appartenenti al Distretto di Vallo, tra cui CentolaForìaCamerotaCelle di BulgheriaNovi VeliaLauritoVallo della Lucania. Eseguì azioni anche clamorose, tra cui può essere menzionata la cattura ed il disarmo dell'intera guarnigione della Guardia Nazionale di Futani.
Nel luglio 1862 Tardio e i suoi uomini entrarono in Camerota, e si diressero al palazzo comunale. Qui abbatterono gli stemmi sabaudi, distrussero il busto di Vittorio Emanuele II, una litografia di Garibaldi e strapparono tutte le carte dai muri. Gli abitanti, ed in particolare le sorelle Anna Teresa e Filomena Castelluccio, di 24 e 22 anni, parteciparono all'evento, calpestando i frammenti del busto e successivamente apostrofando i pochi liberali del paese con un "avete finito di fottere".
Grazie alle proprie capacità oratorie, derivate dagli studi effettuati, Tardio fu un agitatore molto efficace, e riuscì ad arruolare fino a un centinaio di uomini nelle proprie fila. Soprattutto diversi camporesi si unirono alla sua banda, tra cui si ricordano i nomi di Carlo Veltri, Andrea Perriello, Vincenzo De Nardo, Antonio Perriello; altri compaesani fungevano da fiancheggiatori, quali Giuseppe Galzerano (fu Aniello), ed i fratelli Francesco e Angelo Ciardo[1]
Il 3 luglio 1862 pubblicò a Futani il suo primo "Proclama ai popoli delle Due Sicilie", in cui incitava le popolazioni cilentane alla rivolta, stigmatizzando le numerose fucilazioni che venivano effettuate a scopo repressivo da parte degli invasori.


« Cittadini, il fazioso dispotismo del subalpino regime nel conquistare il Regno vi sedusse con proclami fallaci. Amari frutti ne avete raccolti. Riducendo queste belle contrade a provincia, angariandovi di tributi, apportandovi miseria e desolazione. Inaugurando il diritto alla fucilazione a ragione di Stato (del re Galantuomo!). I più arditi è ormai un anno da che brandirono le armi. E l’ora di fare l’ultimo sforzo è suonata. Non tardate punto ad armarvi, e schieratevi sotto il vessillo del legittimo Sovrano Francesco II, unico simbolo e baluardo dei diritti dell’uomo e del cittadino; nonché della prosperità commerciale e ricchezze dei popoli. Esiterete voi ad affrontare impavidi gli armati Piemontesi, onde costringerli a valicare il Liri? »

(Giuseppe Tardio, Proclama ai popoli delle Due Sicilie)


Le attività del suo gruppo, tuttavia, subirono una pesante battuta d'arresto quando questo fu intercettato e decimato presso San Biase, in località "Fontana del Cerro". Rimasto con pochi superstiti, riparò sulle montagne di Pruno di Laurino, dove riuscì a riorganizzarsi ed a riprendere le proprie scorrerie nell'ottobre 1862.
Nella notte tra il 3 e 4 giugno 1863 si trovava a Campora, e in questa località scrisse il secondo "Proclama ai popoli delle due Sicilie:


« Cittadini, Voi che destinati foste dalla Provvidenza, a godere le delizie, che la natura, le scienze e le arti hanno profuso a dovizia in questa parte Meridionale d’Italia, seconda valle dell’Eden. Ma da quasi un triennio di duro, tirannico e fazioso dispotico regime subalpino, vi ha ridotto alla triste condizione dei barbari del settentrione del Medio evo, riducendo queste contrade alla triste condizione di Provincia, disprezzando i vostri sinceri e pietosi atti direligione, angariandovi di tributi …Insorgete a un grido e accorrete a schierarvi sotto il vessillo del vostro Augusto e Legittimo Sovrano Francesco II, quale unico simbolo e baluardo pel rispetto della Religione, della sicurezza personale, dell’inviolabilità della libertà, della proprietà, del domicilio e della pace e dell’onore delle famiglie, nonché della proprietà commerciale e ricchezze dei popoli … Unico sia il vostro grido: viva Francesco II, l’indipendenza e autonomia delle Due Sicilie! »

(Giuseppe Tardio, Secondo Proclama ai popoli delle Due Sicilie)

La mattina del 4 giugno 1863, Tardio e i suoi uomini furono nuovamente intercettati da Carabinieri e Guardia Nazionale tra Stio e Magliano Vetere. Dopo una sanguinosa battaglia, Tardio e la sua banda furono costretti a ripiegare in direzione di Sacco e poi di Corleto Monforte, dove sciolsero il gruppo.
Tardio sfuggì alla cattura fino al 1870, quando fu tradito da Nicola Mazzei, un compaesano che faceva il bersagliere a Roma, ed arrestato due volte (la prima riuscì a fuggire) insieme al commilitone Pietro Rubano, con lui dal dicembre 1861. Incarcerato prima a Roma e poi a Salerno, fu infine processato per brigantaggio dal Tribunale di Vallo della Lucania. Al processo si difese strenuamente dall'accusa di essere un delinquente, scrivendo tra l'altro:


« Io non sono colpevole di reati comuni poiché il mio stato, il mio carattere e la mia educazione non potevano mai fare di me un volgare malfattore; io non mi mossi e non agii che con intendimenti e scopi meramente politici; talché non si potrebbe chiamarmi responsabile di qualsivoglia reato comune che altri avesse per avventura perpetrato a mia insaputa contro la espressiva mia volontà e contro il chiarissimo ed unico scopo per cui la banda era stata da me radunata »

(Giuseppe Tardio)

Nonostante gli sforzi dell'avvocato Carmine Zottoli[2], del foro di Salerno e famoso difensore di "briganti", Tardio fu condannato a morte, pena poi commutata in lavori forzati a vita nel terribile carcere di Favignana, ancora oggi il carcere peggiore d'Italia riguardo alle condizioni di vita dei detenuti[3]. Qui ebbe per compagno di prigionia il legittimista Cosimo Giordano, condannato per la distruzione di un reparto di bersaglieri piemontesi, fatto cui seguì la rappresaglia operata dal Regio Esercito nota come massacro di Pontelandolfo e Casalduni. Tardio rimase in carcere a Favignana fino alla morte, avvenuta a 58 anni per avvelenamento da parte di una donna per paura, pare, che facesse delle rivelazioni.
(FONTE WIKIPEDIA)

BRIGANTI O PARTIGIANI?
Secondo un vecchio adagio la Storia è scritta dai vincitori. Ma cosa c'entra con la questione "brigantaggio postunitario italiano"? Non erano quei briganti dei volgari delinquenti, grassatori e tagliaborse a cui si opposero prima le gloriose camicie rosse garibaldine e poi i nostri eroici e piumati bersaglieri? Non intervennero i garibaldini prima e i soldati piemontesi poi per rispondere al "grido di dolore che da tante parti d'Italia si leva..."?
Ebbene no, pare che non andò esattamente così: che i "liberatori" piemontesi non vennero chiamati da nessun grido di dolore, ma dalla floride casse dello stato duosiciliano; che il regime borbonico non fosse "la negazione di Dio eretta a sistema di governo" secondo una definizione del liberale inglese Lord Gladstone (gli Inglesi in quel periodo, prima metà del XIX secolo, avevano il monopolio dello sfruttamento dello zolfo siciliano, ma venivano incalzati dai Francesi), ma un regime assoluto come tanti in quei tempi, anzi nemmeno dei peggiori se, ricordando i romanzi di Dickens e di Hugo, pensiamo alle misere condizioni di vita del proletariato urbano inglese e francese; che il Regno delle Due Sicilie non era quel campione di povertà e arretratezza narrato da tanta pubblicistica post risorgimentale e dai testi scolastici di Storia fino a pochi anni fa, da alcuni ancora adesso.
Il fenomeno del brigantaggio esisteva, nel territorio italiano, da tempi antichi, addirittura dal periodo repubblicano di Roma antica. Esso aveva come motivo di fondo la miseria, assumendo spesso connotati di vera e propria rivolta popolare e, frequentemente vedeva complicità tra potenti e banditi, ma a proposito di quel  brigantaggio di cui fa parte il nostro eroe Giuseppe Tardio, si può affermare con le parole di Pino Aprile, dal suo libro Terroni che "... l'Unità d'Italia a spese del Sud non debellò il brigantaggio, ma lo generò, quale fioritura opportunistica di delinquenti in una stagione di grande illegittimità e confusione; come guerra civile, fra i cafoni derubati delle terre demaniali liberamente coltivabili e i galantuomini che le avevano usurpate; e come guerriglia di ex militari napoletani, patrioti e cittadini che non accettarono la fine delle libertà, del benessere e dei diritti (pur criticabili per quantità e qualità, come sempre, ovunque) goduti sotto il re Borbone delle Due Sicilie e sostituiti da un regime di terrore, spoliazione e arbitrio: quel <<sistema di sangue>> secondo Nino Bixio, il vice di Garibaldi, <<inaugurato nel Mezzogiorno>> da occupanti che parlavano francese o dialetti mai uditi". Va citato anche un cronista dell'epoca, liberale, quindi scevro da simpatie borboniche, Vincenzo Padula, secondo il quale <<Finora avevamo i briganti ora abbiamo il brigantaggio, tra l'una e l'altra parola corre grande divario. Vi hanno briganti quando il popolo non li aiuta, quando si ruba per vivere o morire con pancia piena e vi ha il brigantaggio quando la causa del brigante è la causa del popolo>>.
Possiamo quindi dire che il brigantaggio postunitario fu una guerra civile combattuta da una parte da un esercito invasore, quello piemontese, e dall'altra da una parte di quella popolazione del Sud invaso prima dai Mille, senza alcuna dichiarazione di guerra, e poi dall'esercito del Regno di Sardegna.
Come tutte le guerre civili fu molto cruenta con episodi di crudeltà e di rappresaglie che si rividero, sul territorio italiano, solo con i nazisti: interi paesi, per rappresaglia, furono rasi al suolo, valga per tutti il caso di Pontelandolfo e Casalduni, nel beneventano, dove nell'estate del 1861 ci fu una ferocissima rappresaglia operata dai bersaglieri che uccisero un gran numero di abitanti compresi bambini, donne, dopo averle ripetutamente stuprate, vecchi e preti e incendiarono quasi tutte le case a volte con gli abitanti dentro, non prima di aver razziato soldi, gioielli e provviste. Ma queste operazioni di "liberazione" erano iniziate già durante la spedizione dei Mille: a Bronte, la cittadina ora famosa per i pistacchi, ai contadini in rivolta che reclamavano le terre promesse dai "liberatori" in camicia rossa, Nino Bixio rispose col piombo.                             
Ma l'elenco degli eccidi e dei paesi distrutti dalle truppe piemontesi è lunghissimo.
A questa guerra partecipò il nostro Giuseppe Tardio, come si può leggere nella pagina  che così si difese al processo che si tenne nel tribunale di Vallo della Lucania: "Io non sono colpevole di reati comuni poiché il mio stato, il mio carattere e la mia educazione non potevano mai fare di me un volgare malfattore; io non mi mossi e non agii che con intendimenti e scopi meramente politici...". Difesa che si può estendere a tutti quelli che presero le armi e insorsero contro gli invasori della loro patria. E con questo la risposta alla domanda iniziale è data: partigiani e non briganti.

ALFREDO FORTE